Perché tassare i robot?
L’argomentazione di Gates è lineare: se le macchine stanno sostituendo sempre più lavori – dal camionista all’operaio di magazzino – allora le aziende non dovrebbero passarla liscia. Dopotutto, ne traggono enormi benefici in termini di efficienza. "Se un camion autonomo sostituisce un autista, l’azienda dovrebbe pagare un contributo", afferma Gates. Non per filantropia, ma perché la società finirebbe per sobbarcarsi i costi delle trasformazioni: riqualificazioni, sussidi di disoccupazione, tensioni sociali.
La sua proposta è, in sostanza, una forma moderna di contribuzione sociale. Oggi le imprese pagano contributi per i loro dipendenti – perché non farlo anche per le macchine che ne prendono il posto? Il denaro potrebbe confluire in un fondo per finanziare riqualificazioni o un reddito di base. Sembra quasi un piano che non ci si aspetterebbe da un miliardario della tech, no?
"Lavori riservati agli umani"
Ma Gates va oltre: propone di riservare determinate professioni agli esseri umani – non perché le macchine non siano tecnicamente in grado di svolgerle, ma perché richiedono qualcosa che nessun algoritmo potrà mai sostituire: empatia. Infermieri, insegnanti, psicoterapeuti – lavori in cui conta la compassione, la fiducia e la vicinanza umana. "Queste professioni sono troppo importanti per essere automatizzate", dice Gates. E non ha tutti i torti.
Immaginate vostra nonna accudita da un robot che somministra i farmaci ma non sa sorridere. O vostro figlio che studia con un’intelligenza artificiale in grado di fare calcoli ma incapace di leggere una favola quando ha paura del buio
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Critiche e obiezioni
Naturalmente, la proposta non manca di critiche. Alcuni temono che la tassa sui robot frenerebbe l’innovazione – e chi vuole questo? Altri avvertono che paesi come USA o Cina potrebbero rifiutarsi di aderire per non perdere competitività globale. E poi: chi decide quali lavori devono essere "riservati agli umani"? Un giornalista va protetto? E un artista? Dove si traccia il confine?
C’è poi il dubbio sulla reale equità della misura. Non tutte le aziende sono uguali: una piccola bottega artigiana non ha le stesse risorse di un colosso tecnologico che investe milioni nell’automazione.
La visione di Gates: un equilibrio sociale
Nonostante le critiche, Gates resta convinto: servono regole per garantire che il progresso tecnologico non avvantaggi solo ricchi e potenti. "I benefici dell’IA devono essere distribuiti equamente", afferma. E sì, sembra quasi un discorso socialdemocratico – da parte di uno degli uomini più ricchi del mondo.
La sua idea ricorda quella di Andrew Yang del "reddito di cittadinanza", finanziato da tasse sull’automazione. Entrambi vogliono evitare che la rivoluzione digitale divida la società in una élite e una massa impoverita.
Conclusione: serve una tassa sui robot?
L’idea di Bill Gates non è una panacea, ma uno spunto di riflessione importante. La domanda non è se potremmo tassare i robot, ma se lo vorremmo – e soprattutto se saremmo pronti a pagarne le conseguenze.
Perché una cosa è certa: l’automazione avanza. Cancellerà posti di lavoro, creerà vincitori e vinti e ci costringerà a chiederci che tipo di futuro vogliamo. Solo efficiente? O anche giusto? Deve arricchirci – o cacciarci?
Gates ci dà almeno una base di discussione con la sua tassa sui robot. E ne abbiamo davvero bisogno. Perché se non progettiamo il nostro futuro, sarà lui a progettare noi – e per molti potrebbe diventare piuttosto scomodo.
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