Che magia può suscitare il hype intorno alle criptovalute – fino a quando la realtà non ci mette lo zampino. Ecco che il primo ETF spot su bitcoin negli Stati Uniti, dopo appena pochi mesi, alza bandiera bianca. Il “Hashdex Bitcoin ETF” (sì, proprio quello con l’acronimo DEFI dall’aria importante) è ormai storia, liquidato e sparito dalla circolazione. E questo solleva una domanda: cosa diavolo sta andando storto? Come mai un ETF su bitcoin non riesce nemmeno a sopravvivere sei mesi? Ho approfondito la vicenda e ho scoperto alcune cose che mi lasciano davvero perplesso.
Un ETF dal nome altisonante – ma dalla vita breve
Immaginate di trovarvi di fronte a un buffet strapieno e di scegliere il piatto più costoso solo perché ha il design più accattivante. Ecco, la storia dell’Hashdex DEFI-ETF è proprio così. Nel aprile 2024 veniva lanciato sulla NYSE Arca, presentato come uno dei primi ETF spot su bitcoin regolamentati negli USA. L’idea suonava allettante: finalmente gli investitori istituzionali potevano acquistare bitcoin senza doversi preoccupare di portafogli digitali o exchange. Una prospettiva allettante, no?
Eppure, già dopo pochi mesi era chiaro: il fondo viveva una sorta di esistenza nell’ombra. Il patrimonio gestito si restringeva più in fretta di quanto non cada il prezzo di bitcoin dopo un divieto cinese. Hashdex e l’emittente di Singapore hanno ammesso ufficialmente che mancava semplicemente la domanda. E, di conseguenza, anche i soldi. Peccato: un prodotto che avrebbe dovuto aprire le porte degli investitori istituzionali al mondo crypto si chiude ora tra fragore e fallimento.
Perché i primi ETF spot su bitcoin negli USA faticano a sopravvivere?
Ora le cose si fanno interessanti, perché il caso Hashdex non è un episodio isolato – è un sintomo. I primi ETF spot su bitcoin negli USA lottano per sopravvivere, nonostante il prezzo di bitcoin nel 2024 stia letteralmente decollando. Perché allora questo disastro?
1. La trappola delle commissioni: quando il caro costa troppo
Hashdex applicava commissioni molto più elevate rispetto alla concorrenza. Mentre gli ETF canadesi o europei promettono costi inferiori all’1% annuo, il DEFI-ETF ne imponeva di più elevate. E sapete una cosa? Gli investitori istituzionali – proprio il target di riferimento – sono estremamente sensibili ai costi. Perché mai dovrebbero pagare per un ETF quando possono acquistare bitcoin direttamente, e a costi inferiori? La risposta è semplice: nella maggior parte dei casi, non lo fanno.
2. Il valore aggiunto? Ancora da definire, per essere gentili
Molti investitori si chiedono: che vantaggio offre un ETF che detiene fisicamente bitcoin rispetto all’acquisto diretto? La risposta è semplice: la comodità. Ma vale davvero la pena pagare un sovrapprezzo per questa comodità? Evidentemente no, almeno per la maggior parte degli investitori. Preferiscono la via diretta tramite exchan
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3. Il mostro della burocrazia: quando la regolamentazione diventa una maledizione
La SEC ha le sue ragioni per regolamentare così rigidamente gli ETF spot su bitcoin. E sono ragioni comprensibili: tutela degli investitori, prevenzione della manipolazione di mercato, ecc. Ma questa regolamentazione ha un costo – un costo molto alto. Hashdex ha dovuto sostenere oneri di compliance esorbitanti per rispettare le normative, e questo in un fondo che faticava a raccogliere capitali. Un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.
4. I concorrenti non dormono: perché gli ETF basati su futures dominano ancora
Prima ancora che gli ETF spot su bitcoin venissero approvati, esistevano già prodotti basati su futures, come il ProShares Bitcoin Strategy ETF (BITO). Sono sì più costosi e meno efficienti, ma hanno un vantaggio decisivo: esistono già. Molti investitori istituzionali sono rimasti fedeli a questi “vecchi arnesi” invece di passare ai nuovi ETF spot. E, onestamente: chi vorrebbe essere il primo a scommettere su un cavallo se non è nemmeno sicuro che arrivi al traguardo?
Cosa significa tutto questo per il futuro?
E ora veniamo al punto: la chiusura dell’Hashdex DEFI-ETF non è un caso isolato. È un campanello d’allarme. L’industria crypto ha aspettato per anni che gli ETF spot su bitcoin venissero approvati negli USA. Ora che ci sono, lottano per sopravvivere. Questo solleva diverse domande:
- Per gli investitori: occhio alla scelta del fondo!
Se persino operatori consolidati come Hashdex falliscono, è un segnale che il mercato non è ancora pronto per una diffusione su larga scala degli ETF crypto. Gli investitori istituzionali diventano più prudenti – e questa è una cosa positiva. Chi affida i propri soldi a un ETF che viene liquidato nel giro di mesi o ha un sesto senso per gli investimenti sbagliati… o semplicemente sfortuna.
- Per l’industria: consolidamento o sparizione?
È probabile che solo i player più solidi finanziariamente e innovativi sopravviveranno nel mercato degli ETF statunitensi. Gli operatori più piccoli dovranno ritirarsi o unirsi ai grandi. È dura, ma necessaria. Il mercato ha bisogno di prodotti affidabili e di qualità, non di dozzine di esperimenti improvvisati.
- Per gli altri ETF crypto: opportunità o segnale di pericolo?
Mentre gli ETF spot su bitcoin faticano negli USA, altri prodotti crypto – come quelli su Ethereum o Solana – potrebbero avere più chances. Perché? Forse perché sono meglio strutturati, hanno commissioni più basse o offrono un’utilità più chiara. Ma attenzione: i primi esperimenti con gli ETF su bitcoin mostrano che il mercato è spietato. Chi sbaglia qui, viene buttato fuori in fretta.
Hashdex: un nuovo inizio o un passo indietro?
Hashdex, dal canto suo, sottolinea che la chiusura
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